my TESCOMA 01/2025

È però solo nel 1966 che viene uffi cialmente coniata la definizione di comfort food , in un articolo che de scrive la tendenza, in situazioni di forte stress, a consumare cibi legati alla sicurezza dell’infanzia – come l’uovo in camicia o il brodo di pol lo della mamma. Alcuni piatti sono universalmente riconosciuti come cibi “coccola” per eccellenza; altri, invece, sono estremamente perso nali e spesso insoliti. Il comfort food si definisce tale perché non è solo nutrimento fisico, ma anche emoti vo : cibi che evocano ricordi positivi, sensazioni di sicurezza, calore, o che con la loro consistenza, profumo e sapore riescono a dare un piacere immediato. Per molti, sono piatti le gati all’infanzia, alle tradizioni familiari o a momenti rassicuranti. E non ne cessariamente sono piatti “classici”: c’è chi si consola con del semplice riso bianco condito con salsa di soia, uova strapazzate e ketchup, o patate schiacciate con olio e pepe. Strani ac costamenti, ricordi di pranzi d’infan zia o improvvisati, all’estero, durante gli anni universitari. La verità è che non esistono comfort food universa li: ciò che consola una persona può sembrare bizzarro a un’altra. Ognuno può avere più comfort food, diversi a seconda della stagione o del mo tivo per cui si cerca conforto. Quello che per molti è il piatto perfetto per riprendersi da un’influenza – il brodo di pollo – per me è la panata. Non la mangio da decenni, ma se penso a una cena da consumare avvolta in una coperta, con il naso tappato, mi viene in mente proprio quella. A ciascuno la propria madeleine

Anch’io ho la mia

Quello che ho ripescato dalla memoria, in un po meriggio autunnale con il cielo grigio e la voglia di accoccolarmi sul divano in tuta sformata e calzettoni, è lo zabaione della mamma . Perfetto per questa sta gione, in realtà il ricordo a cui è legato risale all’esta te, durante una vacanza di bambina. Fin dai miei primi mesi, le vacanze estive di famiglia avevano come de stinazione i campeggi della Riviera Adriatica, Caorle, Chioggia, Bibione... il rituale era sempre lo stesso, un vero e proprio trasloco: alla fine della scuola la mamma – insegnante delle elementari – impacchettava mezza casa e preparava i bagagli per il mese che avremmo trascorso in trasferta. Avevamo una bellissima roulot te azzurra con veranda e perfino una tenda-cucina separata, per non lasciare odori di cibo in roulotte. Partivamo prima dell’alba, credo che lo scopo fosse di mettersi in viaggio mentre ero ancora tramortita dal sonno, per evitarmi la noia e l’immancabile mal d’auto che spesso culminava comunque con la buffa espressione “Chiara ha fatto i gattini”. Una volta arri vati, i grandi si mettevano al lavoro con mazza e pic chetti per fissare veranda, tenda-cucina e la canadese dove dormiva mio fratello, che, essendo più grande, aveva il permesso di uscire la sera con gli amici. Era

bello. Spiag ge immense, piscine, bazar supermarket, animazione che organizza va tanti giochi che coinvolge vano i bambini,

ma anche i grandi. Uno di questi giochi – e qui entra in scena lo zabaione – era una caccia al tesoro : tutti gli ospiti potevano partecipare, chi come cercatore, chi come “tesoro”. Uno degli indizi chiedeva di trova re “una signora belga incinta”, un altro... una coppa di zabaione, forse scelta proprio perché difficile da trovare in estate. Quello che gli animatori non sape vano, era che la Luisa (mia madre) è una maga dello zabaione. Dopo una corsa al bazar per procurarsi il Marsala (quello non se l’era portato da casa!), si mise all’opera e ne preparò una porzione.

Nessun’altra squadra riuscì a trovar lo, e questo ci valse la vittoria. Una medaglia, forse... e un modelli no di bragozzo – imbarcazione tipica dell’alto Adriatico – che ancora oggi conservo su una mensola della mia cameret ta a casa dei mei.

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